Mother to Mothers: Stanchezza, frustrazione, irritabilità – ma io non sono questa donna!

Mother to Mothers: Stanchezza, frustrazione, irritabilità – ma io non sono questa donna!

Tags :

Category : maternità , pensieri

Ho vissuto molto bene la mia prima gravidanza per quanto riguarda il processo fisico. Mi ricordo momenti bellissimi (piedi spuntati al mio fianco, pugni che si eccitavano quando mi fermavo alla fine della giornata, ecografie eccitanti). Ma alla fine dei 9 mesi ho cominciato anch’io dormire male: non ho trovato la posizione o ho avuto troppo caldo o altri fastidi. Poi dopo la nascita di Enrico ho cominciato con le giornate e le nottate lunghe. Quando lui aveva 10 mesi, sono rimasta incinta con Elisabetta. Ho smesso di allattare Enrico a 11 mesi e mezzo, ma lui continuava fare le nottate con me. Poi ho avuta una gravidanza bella, ma con fastidi fisici molto più grandi della prima gestazione: piedi gonfiati, vene fuori, dolori in schiena… e di nuovo: sonno disturbato. E poi 13 mesi di allattamento, con notti da incubo. Scusatemi per rompere alcune tabù, ma vorrei scrivervi onestamente della stanchezza che porta una madre in tanti casi.

La causa della stanchezza di cui tutti parliamo, ma non spieghiamo abbastanza bene le conseguenze non vengono dal fatto di non dormire abbastanza in termine di tempo: io ho tante volte fatto ore buone (anche 8 ore di non-sveglia), ma in queste ore mi dovevo svegliare 5 volte e mi addormentavo allattando seduta o addirittura in piedi mentre cullavo uno dei miei figli. Ero sempre mezzo sveglia perché dovevo sentire subito se qualcuno mi chiamava. Mi ricordo notti quando ho dormito in 7 diversi posti nella casa, ma non mi ricordavo mai come ero arrivata in questi posti. Mi svegliavo meravigliando quando avevo preso Elisabetta o perché non ero al mio letto. Ma le ore sulla carta le ho fatte.

Ci sono due fattori che risultano in non essere riposati:
1. Non si dorme a lungo senza interruzioni (sei volte mezz’ora non è lo stesso come tre ore in una fila) e
2. Si stanca anche psicologicamente, nella mente: perché si deve essere sempre disponibili, arrivare prima che il bimbo che piange svegli l’altro e ci si deve reggere in piedi di lunghe ore in un corpo che ancora non ha superato il periodo con gli ormoni sballati.

Nel mio caso per tutti e due punti ha contribuito tantissimo la pesantezza dell’allattamento. Lo so, è un tabù: Non puoi dire che l’allattamento non è l’esperienza più bella della tua vita. Non lo è stato nella mia.

Per carità, un momento meraviglioso, intimo, da vivere (dovete assolutamente allattare se riuscite, dipende di tanti fattori), ma io non condivido tutto questo cult intorno dell’allattamento.
Prima di tutto, noi siamo insegnati dalle ostetriche di attaccare i nostri figli ogni volta che chiedono, non guardando orologio, perché – come spiegano – non sappiamo quanto ha mangiato il bebè nella poppata di prima, potrebbe avere davvero fame.
Ma io sono convinta che i miei figli mi hanno spesso usato per cuccio, le gocce di latte che ogni tanto arrivava, era un plus, ma non il perché.
La cosa è stato davvero pesante con Enrico, che pur essendo un bravo bambino, da piccolo non ha sopportato che qualcuno parlasse con me (voleva subito il seno e cominciava di lamentarsi) o che qualcun altro lo cullasse oltre di me. Ed anch’io dovevo camminare con lui per ore nel soggiorno o stare seduto mentre dormiva sul seno. Non riuscivo a metterlo a letto, si svegliava appena ha sentito il cambio della sua posizione avvicinandolo sul suo letto. Un incubo per una persona che sempre fa qualcosa, io sono quasi mai ferma e se mi siedo, fuori col computer, e si lavora, si studia, si scrive: tutto questo impossibile con un bambino in braccio.

Così ho finito guardando film e lezioni con le cuffie mentre facevo i miei chilometri con Enrico nel soggiorno, ma dopo un po’ non ce l’ho fatta più. Questa frustrazione del giorno continuava la notte, quando dovevo alzarmi almeno 5 volte per una poppata, e mi addormentavo continuamente col bimbo in braccio. Con Enrico – essendo il primo figlio – ancora ho avuto paura di metterlo accanto a noi a letto, ma con Elisabetta presto ho preso l’abitudine di allattare a letto e dormire così con lei, col suo fratello che non volevo escludere giustamente dal letto grande ormai e da qualche parte in un angolo del letto c’era anche il mio amore, il papà dei miei piccoli. Ho dormito malissimo per 13 mesi, in posizioni assurdi perché Elisabetta voleva il seno o perché Enrico ha cominciato a muoversi nel sonno e dovevo calmare lui e proteggere la piccola.

Dal febbraio 2014 fino al luglio 2017 sono stata o incinta o in allattamento: tre anni meravigliosi, ma anche orrendi considerando che verso maggio 2017 sono diventata una persona che non volevo essere. Ero negativa, mi lamentavo continuamente, criticavo tutti. Anzi, pensavo che tutti sparlassero di me. Anche quando ero di buon umore, bastava un momento sbagliato e ho perso la pazienza, ero irritata e spesso alzavo la voce, soprattutto con Enrico che continuava a mettermi alla prova. Piangevo spesso e ho smesso sia di scrivere sia di progettare il futuro: una cosa che faccio continuamente.

Ed ecco la svolta: volevo allattare Elisabetta per un’anno, ci tenevo di dare questo anche a lei, ma dopo un po’ di resistenza (Eli non lasciava così facilmente le coccole al seno) sono riuscita a staccarla a 13 mesi. Il 20 luglio 2017 ho allattato l’ultima volta.

Ho festeggiato per due settimane. La cosa strana è stata che un sollievo psicologico ho subito avvertito. Io descrivevo così: Respiro di nuovo. Ho finito di essere una schiava. Non dovevo tirare fuori il mio seno dappertutto (approposito: con Enrico ho fatto tanta attenzione di non allattare in pubblico, mi ritiravo sempre e spesso correvo a casa col bimbo che strillava per la fame; con Elisabetta dovevo trovare una soluzione avendo già il fratello accanto che voleva andare a giocare al parco e alle feste: ho allora cominciato ad allattare nascondendomi in giacche o sotto delle sciarpe). Non dovevo sedermi per allattare ogni momento che lei voleva: lei combatteva per la sua autonomia in ogni cosa, io volevo la mia autonomia senza il dovere di allattare.

Per settimane sono anche riuscita di riposarmi dopo pranzo, tutte e due figli dormivano almeno un’ora dopo la spiaggia. La notte ancora dovevo/devo alzarmi per riscaldare latte o cullare Eli, ma la vera libertà è che anche il mio compagno lo può fare e lo fa spesso per lasciarmi riposare (grazie, Amore!). Dopo soli tre settimane ho ricominciato a scrivere, in una settimana ho fatto il programma giornaliero per tutto l’anno (!) per il mio nido, mentre lavoravo di nuovo sui miei posts, leggevo libri (ne avevo finiti già tre!), portavo i miei figli sulla spiaggia e facevo tutte le faccende nella casa. Ho ricominciato di vivere di nuovo.

Non ho perso la pazienza nemmeno con Enrico da più di un mese, gestisco anche capricci o situazioni di emergenza con calma, come avevo sempre fatto prima. Sono finalmente me stessa. Io ho avuto momenti brutti, ma non sono una persona irritabile e sempre irritata. La stanchezza ci fa diventare così.
Non ho perso chili, ma sembro più magra, semplicemente perché di nuovo ho la schiena dritta (e vestiti che non devono per forza essere aperti di fronte) e un sorriso disarmante sul viso. La bellezza viene da dentro.

Allattate almeno per un anno i vostri figli, se potete, ma non vergognatevi a dire: non è sempre una bella esperienza.

E non pensate che siete diventati mostri o che avete perso l’armonia con i vostri compagni: si dice in tante lingue che si deve dormire su prima di prendere una decisione. Dormite bene – è più importante di bere tanta acqua, di mangiare sano o di fare sport.


Leave a Reply